“A Christmas Carol” – Charles Dickens

Sara
Scritto da Sara -
“A Christmas Carol” – Charles Dickens

“Il Canto di Natale” di Charles Dickens non è solo una storia sul Natale. È una storia su ciò che accade quando una persona resta troppo a lungo sola con il proprio dolore.

È il racconto di una notte in cui non si può più scappare, perché il silenzio diventa più forte di qualsiasi difesa.

Ebenezer Scrooge non nasce cattivo. Diventa chiuso. Da bambino impara che aspettare qualcuno può fare molto male. Rimasto solo nel collegio vuoto, mentre gli altri tornano a casa, capisce che l’affetto può mancare e che la mancanza lascia ferite profonde. Per questo, crescendo, decide di non dipendere più da nessuno. Non è una scelta di egoismo, ma di paura.

Il denaro diventa il suo rifugio. I numeri sono chiari, non confondono, non tradiscono. Non chiedono amore. Scrooge si affida a ciò che può controllare, perché le persone non si controllano. Così, poco alla volta, smette di sentire davvero. Non perché non ne sia capace, ma perché sentire lo esporrebbe di nuovo al dolore.

I tre Spiriti non arrivano per punirlo. Arrivano per fargli vedere.

Il Fantasma del Natale Passato lo riporta davanti a ciò che è stato. Non per farlo soffrire inutilmente, ma per mostrargli l’origine della sua durezza. Quel bambino solo non è debole: è ferito. E Scrooge adulto capisce che il gelo che porta dentro non è altro che una protezione costruita troppo presto.

Il Fantasma del Natale Presente gli mostra una realtà che lo mette a disagio. Nella casa dei Cratchit c’è poco, ma c’è presenza. C’è attenzione. C’è cura. Tiny Tim, fragile e malato, costringe tutti a rallentare, a stare insieme. La sua debolezza unisce, invece di dividere. Scrooge vede una forma di ricchezza che non ha mai voluto riconoscere.

Il Futuro è il momento più duro. Non mostra una morte violenta, ma una morte vuota. Nessuno che pianga davvero. Nessuno che senta la mancanza. È il risultato di una vita vissuta tenendo gli altri lontani. Scrooge comprende che difendersi sempre significa, alla fine, sparire.

Quando si sveglia, non è diventato un uomo perfetto. È un uomo scosso. Ride e piange insieme, perché ha capito che è ancora in tempo. Il gesto del tacchino non è bontà improvvisa, ma il primo tentativo di entrare in relazione. È un gesto semplice, forse goffo, ma vero.

Dickens non ci dice che dobbiamo essere buoni. Ci dice che dobbiamo essere presenti. Che il vero errore non è avere troppo, ma chiudersi troppo. L’avidità, in questa storia, è solo il sintomo di una paura più grande: quella di essere feriti di nuovo.

Dickens

Il sacro non è nei riti, ma nella condivisione. Nel sedersi a tavola insieme. Nel preoccuparsi per qualcuno. Nel dire “Buon Natale” e sentire davvero il peso di quelle parole.

Il miracolo del Canto di Natale non sono i fantasmi. È la scelta di cambiare sguardo. Di accettare che il dolore non vada cancellato, ma attraversato. Che una sola notte, se vissuta fino in fondo, può cambiare una vita.

Dickens ci lascia con una speranza semplice e profonda: non siamo condannati a restare come siamo diventati.

Finché siamo capaci di sentire, possiamo ancora cambiare. E forse, ogni Natale, non ci viene chiesto di essere migliori, ma solo un po’ più aperti. A volte ci dimentichiamo che fermarsi è necessario. Continuiamo ad andare avanti per abitudine, per paura di restare soli con i nostri pensieri. Non ci diamo tempo per ascoltarci, per capire cosa ci fa male e cosa, invece, potrebbe guarirci.

Il Natale fa questo: interrompe la corsa. Ci mette davanti al tempo, non per sprecarlo, ma per abitarlo. Perché il tempo, quando è vissuto davvero, non serve a rimandare la vita, ma a rimetterla a posto.

Sara

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