Recensione sul documentario “No Other Land”

Silvia
Scritto da Silvia -
Recensione sul documentario “No Other Land”

No other land è un film documentario iniziato nel 2019 e terminato nell’ottobre 2023 che vede l’occupazione dell’esercito israeliano del piccolo villaggio palestinese di Masafer Yatta.

Questo documentario è stato scritto, prodotto e diretto dal collettivo palestinese-israeliano comoposto da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor ed Hamdam Ballal.

I registi principali infatti sono Basel, abitante della città e più avanti ricercato dai militari per i suoi gesti di attivismo e Yuval, israeliano, ma con la sua famiglia insediata lì dal 1900.

Una frase d’impatto già all’inizio del cortometraggio detta da Basel nei primi minuti è “ ho cominciato a filmare quando è cominciata la fine”, infatti Basel inizia a registrare dal momento in cui lui e gli altri abitanti vengono sfrattati e costretti a rifugiarsi nelle grotte.

Durante questa situazione Basel incontra nel suo villaggio un ragazzo isareliano, Yuval che però si trova lì da tempo e che invece di essere denigrato dal villaggio per la sua provenienza viene incluso e anche invitato nell’abitazione di uno dei cittadini.

Il documentario vede centinaia di persone sfrattate, bambini impauriti che si proteggono dietro i più grandi e continue proteste con protagonista Basel contro l’esercito israeliano. Queste manifestazioni però portano solo a una maggiore aggressività da parte dei militari, che vogliono arrestare lo stesso Basel per averli ripresi, ma questi non sanno che l’intenzione del palestinse e dell’amico Yuval è quella di filmare il più possibile per farsi notare in mondi diversi, a causa del silenzio dei telegiornali.

Successivamente il documentario mostra la situazione del villaggio nell’estate del 2021 con pollai distrutti e i bambini in lacrime per via delle galline uccise davanti ai loro occhi, Basel preso a calci dagli israeliani e suo padre preso dall’esercito.

Sempre in quell’anno i due amici riflettono sulla situazione e notano delle differenze, le targhe delle macchine palestinesi sono verdi e non possono lasciare la Cisgiordania mentre quelle degli israeliani sono gialle, tutto lì è basato su questa divisione.

Le strade, invece, sono tutte bloccate, i bambini cacciati dalle scuole e i palestinesi sono costretti ad andare nelle città perché tutto il villaggio pian piano sta venendo raso al suolo.

Nell’inverno 2023 le circostanze sono peggiori, una casa a settimana viene distrutta , ma a persistere nel villaggio è la speranza, i cittadini provano a resistere anche se l’unica opzione che la situazione offre loro è andare a vivere in città.

Infine il documentario termina il 23 ottobre 2023 con una riflessione da parte dei due registri sul loro futuro incerto e con la morte del cugino di Basel, ucciso dai militari israeliani.

Il film mostra la cruda realtà del mondo e con più chiarezza la situazione israelo-palestinese che va avanti da anni e non solo dal 7 ottobre 2023.

Le immagini sono molto forti, ma servono per far arrivare il messaggio in modo diretto allo spettatore e purtroppo mostrano solo la realtà.

Quello che colpisce di più secondo me sono le reazioni dei bambini, tanti di loro si nascondono dietro ai genitori perché spaventati dai soldati, altri in lacrime vedendo le loro scuole essere abbattute.

Ma a renderlo ancora più forte sono le grida di tutti gli abitanti, soprattutto quando dopo un opposizione i militari tentano di uccdere Harun,un uomo palestinese abitante di Masafer Yatta.

Quello che mi ha stupita di più è la speranza, quella che tutti gli abitanti non perdono, anche se l’esercito israeliano è sempre più persistente e duro nei loro confronti.

I cittadini infatti lottano dal 2019 fino al 2023 per il loro villaggio e anche se alcuni potrebbero tranquillamente mollare e andare in città, non lo fanno, non lo fanno perché sono legati alla loro terra, al loro villaggio che anche se piccolo, è fondamentale per loro.

Anche se lo stesso Basel nel film afferma che “ la lotta più dura è rimanere nella propria terra” queste persone non demordono, resistono, perché non è normale essere da un giorno all’altro sfrattati e cacciati via dalla propria terra. Tutti insieme provano a rimanere forti e non demordere e questo fa capire la forza, il coraggio di queste persone che riconoscono quanto sia giusto lottare e continuare ad opporsi a certe ingiustizie.

Un altro aspetto molto interessante per me è anche il rapporto tra il palestinese Basel e l’israeliano Yuval, privo di rivalità e pieno di rispetto reciproco.

Infine penso che docufilm come questo possano essere l’ ideale per far arrivare il messaggio, perché quella che viene mostrata è la semplice realtà e proprio per questo dovrebbe far riflettere tutti noi.

Dovrebbe farci pensare che una situazione non è meno importante solo perché è “distante”da noi, ma anzi dovrebbe vederci in azione per persone che non conosciamo e il modo migliore per iniziare a farlo è mettersi nei loro panni e capire che essi sono esseri umani come noi e hanno bisogno del nostro aiuto.

Silvia

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