Pensiero del testo “Avevo di fronte un uomo” di Emilio Lussu
Leggendo “Avevo di fronte un uomo” di Emilio Lussu, mi sento come se la vita stessa si stringesse come una ferita mai guarita. Non è solo la guerra a essere ingiusta: è tutto ciò che essa rappresenta, tutto ciò che costringe gli esseri umani a diventare strumenti di morte, ingranaggi di un meccanismo che non conosce compassione. L’uomo davanti a Lussu non è un nemico, è un riflesso del proprio destino, un compagno di dolore che condivide lo stesso terrore, la stessa solitudine, la stessa inevitabile esposizione alla morte. Eppure, mentre lo riconosce come umano, il mondo attorno continua a ordinare: “Spara. Muori. Obbedisci.”
C’è qualcosa di profondamente crudele in tutto questo. Non è solo il fatto che due uomini siano costretti a uccidersi. È la consapevolezza che nulla di tutto questo ha senso. Che il coraggio, la strategia, la gloria militare sono solo parole vuote. Che l’umanità si misura nel sangue di chi non ha scelta. E più si guarda a fondo, più la consapevolezza diventa insopportabile: la guerra è una menzogna travestita da dovere, e la pietà che provi davanti a un uomo che potrebbe essere te stesso non può cambiare niente. Non può fermare il meccanismo. Non può ridare senso a chi viene distrutto senza motivo.
E questo mi fa rabbia. Rabbia per tutte le guerre, per tutte le ingiustizie che restano invisibili agli occhi di chi può fare qualcosa, ma sceglie di guardare altrove. Rabbia per chi usa le persone come pedine e chiama tutto questo progresso, disciplina, ordine. Rabbia per i sistemi che continuano a esistere anche quando sappiamo che schiacciano l’uomo senza pietà. La vera tragedia non è morire: è vivere sapendo che qualcuno dovrà morire, mentre il mondo continua come se nulla fosse. È sapere che la sofferenza non è un’eccezione, ma la regola, e che chi grida la verità viene ignorato, messo da parte, cancellato.
Lussu, in quell’istante, ci mostra una verità che oggi ancora ci perseguita: la pietà è impotente di fronte all’ingiustizia sistemica. E il dolore non ha scala, non ha misura. È universale, cieco, senza tregua. Ogni uomo che si trova a combattere un altro uomo diventa prigioniero di una follia più grande di lui, di un destino che non ha scelto e che continua a sterminare vite come un’ombra incessante.
E allora la domanda diventa insopportabile: se riconosciamo il volto umano davanti a noi, se sentiamo la stessa paura, lo stesso dolore, come può il mondo chiedere ancora di colpire? Come può l’umanità restare così cieca e indifferente, anche oggi, anche adesso, mentre guardiamo le nostre città, le nostre guerre, le nostre ingiustizie quotidiane? L’orrore di quel momento di Lussu non è lontano nel tempo: è qui, dentro di noi, dentro ogni scelta sbagliata, ogni violenza che è stata tollerata, ogni parola cheha taciuto quando doveva urlare.
E il pensiero più spaventoso è che non possiamo cambiare tutto questo. Possiamo solo guardare, sentire, soffrire e, forse, ricordare che l’uomo davanti a noi non è mai un nemico, ma un riflesso di noi stessi. Eppure, anche ricordandolo, sappiamo che spesso il mondo ci costringerà di nuovo a dimenticare. A obbedire. A uccidere. E questo, forse, è l’ingiustizia più grande di tutte: non la guerra, non la morte, ma la necessità di continuare a vivere in un mondo che pretende disumanità come condizione per esistere.
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