Riflessione su “L’arte di essere felici” di Arthur Schopenhauer
Non so bene da dove iniziare a parlare di questo libro. Ci sono tante cose che mi sono rimaste in testa mentre lo leggevo, ma non è facile metterle insieme e trasformarle in qualcosa che abbia senso.
Credo che il problema sia che, a volte, certe riflessioni ti portano a pensare anche a te stessa, alla tua vita, alle cose che ti fanno stare male e a quelle che continui a cercare, anche senza sapere se le troverai davvero.
Leggendo “L’arte di essere felici” di Schopenhauer, mi sono ritrovata a pensare a quanto sia difficile essere felici, soprattutto perché spesso siamo noi stessi a renderlo ancora più complicato. Ci aspettiamo tanto dalla vita, dagli altri e da noi stessi. Vogliamo stare bene, vogliamo essere capiti, vogliamo sentirci importanti per qualcuno e vorremmo che, almeno una volta, le cose andassero come le avevamo immaginate. E quando questo non succede, ci rimaniamo male. A volte anche più di quanto vorremmo ammettere.
Penso che una delle cose che ci fa soffrire di più sia proprio questa continua ricerca di qualcosa che ci manca. Ci convinciamo che saremo felici quando avremo raggiunto un certo obiettivo, quando una persona ci vorrà bene come desideriamo, quando riusciremo a dimostrare qualcosa o quando finalmente smetteremo di sentirci così. Rimandiamo la felicità a un momento futuro, come se il presente fosse soltanto qualcosa da sopportare in attesa di una vita migliore. E così finiamo per vivere pensando a ciò che non abbiamo, dimenticandoci di quello che siamo e di quello che, nonostante tutto, abbiamo già attraversato.
La cosa che mi fa riflettere è che, anche quando otteniamo ciò che volevamo, non è detto che ci sentiamo davvero felici. A volte ci basta poco per ricominciare a desiderare altro, per sentirci nuovamente insoddisfatti, per trovare qualcosa che non va. È come se non fossimo mai completamente contenti di quello che abbiamo, perché la nostra mente trova sempre un motivo per preoccuparsi, per confrontarsi con gli altri o per pensare a come avrebbero potuto andare le cose. E mi chiedo quanta parte della nostra vita perdiamo in questo modo. Quante volte non riusciamo a goderci un momento perché stiamo già pensando a quando finirà, o perché abbiamo paura che qualcosa possa rovinarlo.
Ma non penso che essere felici significhi fingere che vada tutto bene. Non significa svegliarsi ogni mattina con il sorriso, essere sempre grati o trovare qualcosa di bello in ogni cosa che ci succede. A volte le cose fanno semplicemente male. A volte siamo stanchi, delusi, arrabbiati e non abbiamo nemmeno voglia di cercare una spiegazione. Ci sono momenti in cui non abbiamo bisogno di trasformare tutto in una lezione, perché vorremmo soltanto che certe cose non fossero successe. Credo che anche questo debba essere accettato. Non dobbiamo per forza dare un senso a ogni sofferenza per poter andare avanti.
Schopenhauer mi porta a pensare anche a quanto dipendiamo dal giudizio degli altri. Ci importa di come ci vedono, di quello che pensano di noi, di quanto siamo apprezzati e di quanto riusciamo a essere all’altezza delle aspettative. A volte basta una parola per farci dubitare di noi stessi, un rifiuto per farci sentire sbagliati, un fallimento per convincerci di non essere capaci. E magari passiamo giorni a pensare a qualcosa che per un’altra persona è durato soltanto pochi secondi. È strano quanto potere possiamo dare agli altri senza nemmeno rendercene conto.
Forse perché, in fondo, tutti vorremmo sentirci abbastanza. Abbastanza bravi, abbastanza intelligenti, abbastanza importanti, abbastanza meritevoli di essere amati. E quando non ci sentiamo così, iniziamo a cercare delle prove che ci dimostrino il contrario. Ci sforziamo di fare meglio, di essere migliori, di non deludere nessuno. Ma a volte, mentre cerchiamo di diventare qualcuno di cui essere fieri, finiamo per trattare male la persona che siamo già. Non ci perdoniamo gli errori, non riconosciamo i nostri sforzi e non ci concediamo nemmeno il tempo di stare male, perché pensiamo che dovremmo essere più forti, più maturi o semplicemente diversi.
E questa è una delle cose su cui mi sono ritrovata a riflettere di più: quanto siamo duri con noi stessi. Se una persona a cui vogliamo bene sbaglia, cerchiamo di capirla. Se soffre, proviamo a starle vicino. Se non riesce a fare qualcosa, magari le diciamo che può riprovarci, che non è la fine del mondo e che un errore non cancella tutto il resto. Eppure, quando si tratta di noi, sembra che queste stesse parole non valgano più. Pretendiamo di riuscire sempre, ci giudichiamo per ogni debolezza e ci ricordiamo molto più facilmente delle volte in cui abbiamo fallito rispetto a quelle in cui siamo riusciti ad andare avanti.
A volte penso che siamo talmente abituati a pretendere qualcosa da noi stessi da non sapere più come stare quando non stiamo bene. Ci sentiamo in colpa persino per la stanchezza, come se riposare fosse una perdita di tempo, come se avere un momento difficile significasse rimanere indietro rispetto a tutti gli altri. E allora continuiamo a correre, anche quando non sappiamo più verso cosa. Cerchiamo di dimostrare di essere capaci, di meritare qualcosa, di poter diventare ciò che ci siamo promessi. Ma non ci chiediamo quasi mai quanto ci stia costando tutto questo.
Non credo che Schopenhauer voglia dirci di smettere di desiderare, di amare o di avere obiettivi. Almeno, io non voglio interpretarlo così. Penso che il punto sia capire che non possiamo mettere tutta la nostra felicità nelle mani di qualcosa che non dipende completamente da noi. Possiamo desiderare di essere amati, ma non possiamo costringere qualcuno a sceglierci. Possiamo impegnarci per raggiungere un obiettivo, ma non possiamo avere la certezza che tutto andrà come vogliamo. Possiamo fare del nostro meglio e fallire comunque. E accettarlo è difficile, perché ci piacerebbe credere che, se ci impegniamo abbastanza, prima o poi la vita ci restituisca tutto quello che abbiamo dato.
Ma non funziona sempre così. Non sempre chi dà tanto riceve altrettanto. Non sempre chi si impegna riesce al primo tentativo. Non sempre le persone capiscono le nostre intenzioni e non sempre le cose si sistemano soltanto perché lo desideriamo con tutto il cuore. Questa consapevolezza può fare male, ma forse può anche liberarci da una parte delle aspettative che ci portiamo dietro. Non tutto quello che va storto è colpa nostra, così come non tutto quello che perdiamo significa che non eravamo abbastanza.
Credo che la felicità abbia molto a che fare anche con il modo in cui impariamo a stare da soli con noi stessi. Non intendo necessariamente essere soli fisicamente, ma riuscire a stare nei propri pensieri senza sentirsi continuamente in guerra con quello che si è. Perché puoi avere tante persone intorno e sentirti comunque vuoto,puoi raggiungere risultati importanti e continuare a pensare di non valere abbastanza, puoi ricevere affetto e avere ancora paura di non meritarlo. A volte il problema non è soltanto ciò che ci manca, ma il fatto che non riusciamo a riconoscere il nostro valore nemmeno quando qualcosa di bello arriva nella nostra vita.
E forse imparare a essere felici significa anche smettere di aspettare di diventare una persona completamente diversa per iniziare ad accettarsi. Non dobbiamo essere sempre forti, sempre sicuri, sempre capaci di affrontare tutto. Possiamo avere paura, cambiare idea, sbagliare e ricominciare. Possiamo essere fieri di noi stessi anche se non abbiamo ancora raggiunto tutti i nostri obiettivi. Possiamo riconoscere che stiamo facendo fatica senza considerarci dei fallimenti.
Non so se esista davvero un modo per imparare a essere felici, e forse è proprio questo il punto. Non credo che basti leggere un libro, capire una teoria o cambiare il modo di pensare per smettere di soffrire. Ci sono cose che comprendiamo con la testa molto prima di riuscire ad accettarle davvero. Possiamo sapere che il giudizio degli altri non definisce il nostro valore e continuare comunque a soffrirne. Possiamo sapere che un fallimento non è la fine e sentirci comunque distrutti quando succede. Capire qualcosa non significa essere già capaci di viverla.
Però, forse, il primo passo è proprio iniziare a farci domande diverse. Invece di chiederci continuamente perché non siamo felici, potremmo provare a capire che cosa stiamo pretendendo da noi stessi. Invece di pensare soltanto a ciò che ci manca, potremmo provare a riconoscere quello che stiamo vivendo. E invece di considerare ogni momento difficile come una prova della nostra incapacità, potremmo imparare a vederlo per quello che è: un momento difficile, non necessariamente una condanna.
Alla fine, questo libro mi ha fatto pensare che forse passiamo troppo tempo a cercare il modo di vivere senza soffrire e troppo poco a capire come vivere nonostante la sofferenza. Vorremmo avere il controllo sulle persone, sulle situazioni, sul futuro e persino sulle nostre emozioni, ma non possiamo averlo su tutto. Ci sono cose che possiamo cambiare e altre che dobbiamo imparare ad accettare, anche quando non ci piacciono e anche quando ci sembra ingiusto doverlo fare.
E non significa che dobbiamo accontentarci di una vita che non ci rende felici. Significa che possiamo continuare a desiderare qualcosa di meglio senza convincerci che la nostra vita, così com’è oggi, non abbia alcun valore. Possiamo voler cambiare senza odiarci, possiamo voler crescere senza disprezzare i nostri limiti e possiamo sperare in un futuro diverso senza passare tutto il presente ad aspettarlo.
Forse non diventeremo mai persone completamente soddisfatte, forse continueremo ad avere desideri, paure e momenti in cui ci sembrerà di non avere abbastanza. Ma non voglio pensare che questo renda impossibile essere felici. Forse la felicità non è una condizione in cui arriviamo e dalla quale non usciamo più. Forse è qualcosa che impariamo a riconoscere anche nei momenti in cui la vita non è come avremmo voluto.
E se dovessi portare con me una sola riflessione da questo libro, sarebbe questa: non voglio passare tutta la vita ad aspettare di stare bene per permettermi di vivere. Non voglio che ogni errore diventi una prova contro di me, che ogni delusione mi faccia dubitare del mio valore o che ogni desiderio irrealizzato mi convinca di essere rimasta indietro. Voglio imparare a vivere senza pretendere di avere sempre tutto sotto controllo, senza dover dimostrare continuamente qualcosa e senza considerare ogni mia debolezza un motivo per sentirmi sbagliata.
Perché, alla fine, forse la cosa più triste non è soffrire. È arrivare a credere che, siccome abbiamo sofferto, non ci sia più niente di bello da aspettarsi. È abituarsi così tanto alla delusione da non riuscire più a sperare, o diventare così esigenti con se stessi da non riuscire più a riconoscere quando si sta facendo del proprio meglio.
Non so se questa sia davvero l’arte di essere felici. Forse non esiste una risposta precisa, e forse Schopenhauer stesso non avrebbe potuto darci una soluzione capace di funzionare per tutti. Ma penso che la felicità inizi anche quando smettiamo di inseguirla come se fosse qualcosa che dobbiamo meritare, qualcosa che ci verrà concesso soltanto quando avremo sistemato ogni parte della nostra vita.
Forse possiamo essere felici anche mentre stiamo ancora imparando, mentre abbiamo ancora paura, mentre non abbiamo tutte le risposte. Possiamo esserlo senza avere una vita perfetta, senza aver raggiunto tutto e senza essere diventati la persona che avremmo voluto essere.
E forse, per una volta, dovremmo smettere di chiederci che cosa ci manca per essere felici e iniziare a chiederci quanto della nostra vita stiamo perdendo aspettando di diventarlo.
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