Il Mapelli si racconta: intervista a Michela Mucci

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Il Mapelli si racconta: intervista a Michela Mucci

1 - Perché ha scelto di fare la docente di sostegno?

Non è stata la mia scelta iniziale; sono una pedagogista che ha, successivamente, scelto di intraprendere la strada dell’insegnamento. Mi è sempre piaciuto stare a contatto con i ragazzi e, soprattutto, mi interessava poter essere d’aiuto a chi aveva qualche difficoltà in più.

Essere insegnante di sostegno, secondo me, non significa semplicemente supportare uno studente nello studio ma cercare di capire la persona che hai davanti e aiutarla a tirare fuori la parte migliore di sé. E questa è una cosa che mi dà molta soddisfazione.

2 - Qual è la cosa più difficile da insegnare oggi rispetto a quando ha iniziato?

Secondo me oggi è diventato più difficile insegnare la pazienza. I ragazzi sono abituati ad avere tutto molto velocemente: una risposta, un video, un messaggio… e quindi aspettare o impegnarsi a lungo per ottenere un risultato può diventare pesante per loro. Anche riuscire a mantenere l’attenzione non è sempre semplice.

Però penso che sia proprio questo uno degli aspetti più importanti da insegnare: capire che non tutto arriva subito e che anche sbagliare fa parte del percorso.

3 - C’è una frase positiva o negativa che uno studente le ha detto e che non dimenticherà mai?

Ce ne sono diverse. Sicuramente ricordo alcune situazioni in cui uno studente mi ha ringraziata semplicemente per esserci stata. Magari non erano grandi discorsi, erano poche parole, però dette nel momento giusto. Un giorno, anni fa, uno studente mi ha detto, stringendomi la mano: “Prof., grazie per non aver mollato!”.

Sono quelle cose che ti rimangono dentro perché ti fanno capire che, anche quando pensi di non aver fatto abbastanza, per quella persona invece hai fatto la differenza. E credo che siano proprio questi gli aspetti più belli di questo lavoro.

4 - Se potesse cambiare una cosa della scuola italiana domani mattina, cosa cambierebbe?

Vorrei si desse più attenzione ai singoli studenti. A volte le classi sono numerose e gli insegnanti hanno tantissime cose da gestire, quindi non è sempre facile dedicare a ogni ragazzo il tempo che meriterebbe.

Mi piacerebbe una scuola con classi un po’ più piccole e con più possibilità di seguire gli studenti individualmente. Perché non tutti imparano nello stesso modo e soprattutto non tutti hanno gli stessi bisogni.

5 - C’è qualcosa che ha imparato dai suoi studenti che non ha mai imparato dai libri?

Sicuramente sì. I ragazzi mi hanno insegnato soprattutto a non dare nulla per scontato. A volte una cosa che per noi sembra semplicissima per loro può essere molto difficile, e viceversa.

I libri ti danno tante conoscenze, ma sono le persone e le esperienze quotidiane che ti insegnano veramente a capire gli altri.

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